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"Cari aspiranti jihadisti questo vostro islam è una malattia mentale"

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  • "Cari aspiranti jihadisti questo vostro islam è una malattia mentale"

    «Il tuo islam, quello che tu pensi essere la tua identità ritrovata, non è che una malattia mentale, una cancrena della ragione, una sconfitta della tua umanità».


    E sulla jihad: «Sai almeno cosa vuol dire prima di praticarla? Scommetto di no». Perché tu «non hai mai dovuto difendere i tuoi diritti in arabo. Non hai mai dovuto corrompere un funzionario per avere il tuo atto di nascita, non hai dovuto tessere le lodi di un dittatore, né supplicare all'ingresso di un ambulatorio che si degnassero di curarti. I tuoi diritti li hai sempre ottenuti in francese e nonostante ciò tu odi la tua patria». È un atto d'accusa feroce e commovente, un omaggio alla Francia dei diritti e delle libertà la lettera aperta inviata a un aspirante terrorista dalla giornalista franco-marocchina Zineb El Rhazoui, 34 anni. Scampata alla strage di Charlie Hebdo del 7 gennaio 2015 solo per una fortuita circostanza (si trovava in Marocco in quei giorni), Zineb è una convinta secolarista che vive blindata dal 2009, da quando ha osato pronunciarsi contro l'islamismo e l'integralismo religioso nel suo triplo ruolo di sociologa delle religioni e attivista per i diritti umani. L'anno scorso i seguaci dell'Isis sono tornati a minacciarla su Twitter creando un hashtag con le foto di lei, del marito e della figlia chiedendo di ucciderli «per vendicare il Profeta».

    Ma Zineb non si è fermata. Nata e cresciuta in Marocco prima di acquisire la nazionalità francese, ha affidato al quotidiano Le Figaro il suo messaggio a «un candidato alla jihad». È una lettera che potrebbe valere per qualsiasi aspirante jihadista nato e cresciuto in Germania, Regno Unito, Svezia o Spagna, immigrato di seconda, terza o quarta generazione che non ha davvero mai conosciuto la spietatezza, la privazione dei diritti, la corruzione e la miseria di chi vive sotto i regimi del Nord Africa. «Quando eravamo bambini, visto che abbiamo la stessa età - scrive Zineb - mi stupivo che tu mi chiamassi cugina quando venivo dal mio paesino sperduto a passare le vacanze in Francia. Allora pensavo che fossi molto fortunato a vivere qui. Andavi alla scuola repubblicana (laica, ndr) mentre io vomitavo corsi di religione obbligatoria, facevi sport quando il terreno di pallamano della mia scuola era una vasta area ricoperta di fango e la metà dei miei compagni aveva rinunciato alle lezioni di educazione fisica perché non aveva che un paio di sandali di plastica». Miseria mista a privazione dei diritti più elementari. A differenza del nuovo aspirante jihadista: «Tu venivi a sfoggiare d'estate le tue scarpe da ginnastica all'ultimo grido, ti curavi gratuitamente in ospedali equipaggiati quando solo i più benestanti fra noi potevano pagarsi le medicine».

    Zineb racconta di come, a un certo punto, nel suo «cugino» francese siano cominciate a suonare le sirene di un vittimismo esasperato, nutrito da una classe politica che ha convinto molti giovani di origine maghrebina di non essere uguali agli altri. È un attacco senza ipocrisie alla classe politica che ha trasformato l'antirazzismo in «uno slogan elettorale». Quei politici «hanno fatto di te la loro riserva di caccia, la loro impresa commerciale. Ti hanno spiegato che tu, nato in Francia, eri diverso e che lo sarai per sempre perché è così che ti vedono loro, non io». «Io che sono tua cugina - aggiunge Zineb, che a Parigi ha conseguito un dottorato in Scienze Sociali - so che non sei escluso automaticamente ma che ti crogioli in questa posizione per odiare meglio». E infatti, «nello stesso periodo», mentre al «cugino» aspirante jihadista insegnavano «che non valeva la pena imparare a scuola» perché non avrebbe «mai trovato un lavoro», «i nuovi arrivati in Francia» come Zineb «si elevavano grazie al sapere». Ma quella di aver creato un vittimismo esagerato non è l'unica colpa che la giovane franco-marocchina attribuisce ai politici di Francia, accusati di aver coperto anche l'integralismo strisciante nelle moschee: «Ti hanno spiegato che la tua religione sosteneva la pace e l'amore mentre il tuo imam ti spiegava che dovevi picchiare la moglie. Che dico? Le mogli».

    Ed ecco l'appello finale a cugino immaginario nato nella patria delle opportunità: «Quando finirai di farti passare per una vittima visto che sei tu il tuo persecutore, quando accetterai di essere il tuo solo capo e non il mercenario e lo schiavo di un'ideologia che ti disprezza come i politici che hanno fatto di te il parente povero della Repubblica, io potrò dirti, io tua lontana cugina del paesino sperduto, come fare per integrarti in Francia ritrovando la tua identità». È il tributo al Paese della liberté, egualité e fraternité contro i regimi del Medio Oriente e del Maghreb: «Ti insegnerò che Parigi è la capitale della cultura araba, quella che non ha diritti di cittadinanza sotto il cielo dei nostri dittatori. Se sei ancora fra noi, vedrai che è possibile ricollegarti alla tua identità perduta, essendo più francese che mai».

    Solita fonte...

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    Ecco qualcuno con una visone reale e lucida delle cose... A volte le pergamene conseguite sono meritate, non come in certi casi...

  • #2
    non ce pace..fra gli ulivi

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    • #3
      eliminato lo spam.
      Prossimo step?
      basta.. grazie.

      Il Ponte Milvio mi fa 'na pippa!

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      • #4
        Originally posted by desmodannato View Post
        «Il tuo islam, quello che tu pensi essere la tua identità ritrovata, non è che una malattia mentale, una cancrena della ragione, una sconfitta della tua umanità».


        E sulla jihad: «Sai almeno cosa vuol dire prima di praticarla? Scommetto di no». Perché tu «non hai mai dovuto difendere i tuoi diritti in arabo. Non hai mai dovuto corrompere un funzionario per avere il tuo atto di nascita, non hai dovuto tessere le lodi di un dittatore, né supplicare all'ingresso di un ambulatorio che si degnassero di curarti. I tuoi diritti li hai sempre ottenuti in francese e nonostante ciò tu odi la tua patria». È un atto d'accusa feroce e commovente, un omaggio alla Francia dei diritti e delle libertà la lettera aperta inviata a un aspirante terrorista dalla giornalista franco-marocchina Zineb El Rhazoui, 34 anni. Scampata alla strage di Charlie Hebdo del 7 gennaio 2015 solo per una fortuita circostanza (si trovava in Marocco in quei giorni), Zineb è una convinta secolarista che vive blindata dal 2009, da quando ha osato pronunciarsi contro l'islamismo e l'integralismo religioso nel suo triplo ruolo di sociologa delle religioni e attivista per i diritti umani. L'anno scorso i seguaci dell'Isis sono tornati a minacciarla su Twitter creando un hashtag con le foto di lei, del marito e della figlia chiedendo di ucciderli «per vendicare il Profeta».

        Ma Zineb non si è fermata. Nata e cresciuta in Marocco prima di acquisire la nazionalità francese, ha affidato al quotidiano Le Figaro il suo messaggio a «un candidato alla jihad». È una lettera che potrebbe valere per qualsiasi aspirante jihadista nato e cresciuto in Germania, Regno Unito, Svezia o Spagna, immigrato di seconda, terza o quarta generazione che non ha davvero mai conosciuto la spietatezza, la privazione dei diritti, la corruzione e la miseria di chi vive sotto i regimi del Nord Africa. «Quando eravamo bambini, visto che abbiamo la stessa età - scrive Zineb - mi stupivo che tu mi chiamassi cugina quando venivo dal mio paesino sperduto a passare le vacanze in Francia. Allora pensavo che fossi molto fortunato a vivere qui. Andavi alla scuola repubblicana (laica, ndr) mentre io vomitavo corsi di religione obbligatoria, facevi sport quando il terreno di pallamano della mia scuola era una vasta area ricoperta di fango e la metà dei miei compagni aveva rinunciato alle lezioni di educazione fisica perché non aveva che un paio di sandali di plastica». Miseria mista a privazione dei diritti più elementari. A differenza del nuovo aspirante jihadista: «Tu venivi a sfoggiare d'estate le tue scarpe da ginnastica all'ultimo grido, ti curavi gratuitamente in ospedali equipaggiati quando solo i più benestanti fra noi potevano pagarsi le medicine».

        Zineb racconta di come, a un certo punto, nel suo «cugino» francese siano cominciate a suonare le sirene di un vittimismo esasperato, nutrito da una classe politica che ha convinto molti giovani di origine maghrebina di non essere uguali agli altri. È un attacco senza ipocrisie alla classe politica che ha trasformato l'antirazzismo in «uno slogan elettorale». Quei politici «hanno fatto di te la loro riserva di caccia, la loro impresa commerciale. Ti hanno spiegato che tu, nato in Francia, eri diverso e che lo sarai per sempre perché è così che ti vedono loro, non io». «Io che sono tua cugina - aggiunge Zineb, che a Parigi ha conseguito un dottorato in Scienze Sociali - so che non sei escluso automaticamente ma che ti crogioli in questa posizione per odiare meglio». E infatti, «nello stesso periodo», mentre al «cugino» aspirante jihadista insegnavano «che non valeva la pena imparare a scuola» perché non avrebbe «mai trovato un lavoro», «i nuovi arrivati in Francia» come Zineb «si elevavano grazie al sapere». Ma quella di aver creato un vittimismo esagerato non è l'unica colpa che la giovane franco-marocchina attribuisce ai politici di Francia, accusati di aver coperto anche l'integralismo strisciante nelle moschee: «Ti hanno spiegato che la tua religione sosteneva la pace e l'amore mentre il tuo imam ti spiegava che dovevi picchiare la moglie. Che dico? Le mogli».

        Ed ecco l'appello finale a cugino immaginario nato nella patria delle opportunità: «Quando finirai di farti passare per una vittima visto che sei tu il tuo persecutore, quando accetterai di essere il tuo solo capo e non il mercenario e lo schiavo di un'ideologia che ti disprezza come i politici che hanno fatto di te il parente povero della Repubblica, io potrò dirti, io tua lontana cugina del paesino sperduto, come fare per integrarti in Francia ritrovando la tua identità». È il tributo al Paese della liberté, egualité e fraternité contro i regimi del Medio Oriente e del Maghreb: «Ti insegnerò che Parigi è la capitale della cultura araba, quella che non ha diritti di cittadinanza sotto il cielo dei nostri dittatori. Se sei ancora fra noi, vedrai che è possibile ricollegarti alla tua identità perduta, essendo più francese che mai».

        Solita fonte...

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        Ecco qualcuno con una visone reale e lucida delle cose... A volte le pergamene conseguite sono meritate, non come in certi casi...
        Questo articolo fa capire che:
        Ci sono persone ottime tra gli immigrati, molto migliori di tanti italiani che mi fanno vergognare della mia nazione.
        Italiani di merda come camorristi e mafiosi.


        Inviato utilizzando Tapatalk

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        • #5
          Questo articolo fa capire semplicemente che c'è integrazione quando si accettano e si rispettano le leggi del paese che ci ospita, beneficiando dei loro privilegi e dei loro diritti, senza pretendere che sia il paese ospitante ad adeguarsi a noi o credere in un qualcosa che non si è mai vissuto...

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          • #6
            Originally posted by desmodannato View Post
            Questo articolo fa capire semplicemente che c'è integrazione quando si accettano e si rispettano le leggi del paese che ci ospita, beneficiando dei loro privilegi e dei loro diritti, senza pretendere che sia il paese ospitante ad adeguarsi a noi o credere in un qualcosa che non si è mai vissuto...
            E che quindi chi cerca soluzioni generaliste è solo un coglione.

            Inviato utilizzando Tapatalk

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            • #7
              Originally posted by AndreaRS250 View Post
              eliminato lo spam.
              Prossimo step?
              basta.. grazie.
              Originally posted by rna View Post
              Questo articolo fa capire che:
              Ci sono persone ottime tra gli immigrati, molto migliori di tanti italiani che mi fanno vergognare della mia nazione.
              Italiani di merda come camorristi e mafiosi.


              Inviato utilizzando Tapatalk
              7 gg di sospensione dal forum.

              Originally posted by desmodannato View Post
              Questo articolo fa capire semplicemente che c'è integrazione quando si accettano e si rispettano le leggi del paese che ci ospita, beneficiando dei loro privilegi e dei loro diritti, senza pretendere che sia il paese ospitante ad adeguarsi a noi o credere in un qualcosa che non si è mai vissuto...
              non dargli più corda.

              Il Ponte Milvio mi fa 'na pippa!

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              • #8
                Alla luce dei fatti attuali, si! Il buonismo non ha pagato, le famose primavere arabe sono state un flop planetario, serve selezione a costo di accantonare la democrazia affinchè venga ristabilito l'ordine e la gente non si debba cagare sotto se ha voglia di andare a un concerto o a passeggiare su un lungomare

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                • #9
                  Originally posted by desmodannato View Post
                  «Il tuo islam, quello che tu pensi essere la tua identità ritrovata, non è che una malattia mentale, una cancrena della ragione, una sconfitta della tua umanità».





                  E sulla jihad: «Sai almeno cosa vuol dire prima di praticarla? Scommetto di no». Perché tu «non hai mai dovuto difendere i tuoi diritti in arabo. Non hai mai dovuto corrompere un funzionario per avere il tuo atto di nascita, non hai dovuto tessere le lodi di un dittatore, né supplicare all'ingresso di un ambulatorio che si degnassero di curarti. I tuoi diritti li hai sempre ottenuti in francese e nonostante ciò tu odi la tua patria». È un atto d'accusa feroce e commovente, un omaggio alla Francia dei diritti e delle libertà la lettera aperta inviata a un aspirante terrorista dalla giornalista franco-marocchina Zineb El Rhazoui, 34 anni. Scampata alla strage di Charlie Hebdo del 7 gennaio 2015 solo per una fortuita circostanza (si trovava in Marocco in quei giorni), Zineb è una convinta secolarista che vive blindata dal 2009, da quando ha osato pronunciarsi contro l'islamismo e l'integralismo religioso nel suo triplo ruolo di sociologa delle religioni e attivista per i diritti umani. L'anno scorso i seguaci dell'Isis sono tornati a minacciarla su Twitter creando un hashtag con le foto di lei, del marito e della figlia chiedendo di ucciderli «per vendicare il Profeta».



                  Ma Zineb non si è fermata. Nata e cresciuta in Marocco prima di acquisire la nazionalità francese, ha affidato al quotidiano Le Figaro il suo messaggio a «un candidato alla jihad». È una lettera che potrebbe valere per qualsiasi aspirante jihadista nato e cresciuto in Germania, Regno Unito, Svezia o Spagna, immigrato di seconda, terza o quarta generazione che non ha davvero mai conosciuto la spietatezza, la privazione dei diritti, la corruzione e la miseria di chi vive sotto i regimi del Nord Africa. «Quando eravamo bambini, visto che abbiamo la stessa età - scrive Zineb - mi stupivo che tu mi chiamassi cugina quando venivo dal mio paesino sperduto a passare le vacanze in Francia. Allora pensavo che fossi molto fortunato a vivere qui. Andavi alla scuola repubblicana (laica, ndr) mentre io vomitavo corsi di religione obbligatoria, facevi sport quando il terreno di pallamano della mia scuola era una vasta area ricoperta di fango e la metà dei miei compagni aveva rinunciato alle lezioni di educazione fisica perché non aveva che un paio di sandali di plastica». Miseria mista a privazione dei diritti più elementari. A differenza del nuovo aspirante jihadista: «Tu venivi a sfoggiare d'estate le tue scarpe da ginnastica all'ultimo grido, ti curavi gratuitamente in ospedali equipaggiati quando solo i più benestanti fra noi potevano pagarsi le medicine».



                  Zineb racconta di come, a un certo punto, nel suo «cugino» francese siano cominciate a suonare le sirene di un vittimismo esasperato, nutrito da una classe politica che ha convinto molti giovani di origine maghrebina di non essere uguali agli altri. È un attacco senza ipocrisie alla classe politica che ha trasformato l'antirazzismo in «uno slogan elettorale». Quei politici «hanno fatto di te la loro riserva di caccia, la loro impresa commerciale. Ti hanno spiegato che tu, nato in Francia, eri diverso e che lo sarai per sempre perché è così che ti vedono loro, non io». «Io che sono tua cugina - aggiunge Zineb, che a Parigi ha conseguito un dottorato in Scienze Sociali - so che non sei escluso automaticamente ma che ti crogioli in questa posizione per odiare meglio». E infatti, «nello stesso periodo», mentre al «cugino» aspirante jihadista insegnavano «che non valeva la pena imparare a scuola» perché non avrebbe «mai trovato un lavoro», «i nuovi arrivati in Francia» come Zineb «si elevavano grazie al sapere». Ma quella di aver creato un vittimismo esagerato non è l'unica colpa che la giovane franco-marocchina attribuisce ai politici di Francia, accusati di aver coperto anche l'integralismo strisciante nelle moschee: «Ti hanno spiegato che la tua religione sosteneva la pace e l'amore mentre il tuo imam ti spiegava che dovevi picchiare la moglie. Che dico? Le mogli».



                  Ed ecco l'appello finale a cugino immaginario nato nella patria delle opportunità: «Quando finirai di farti passare per una vittima visto che sei tu il tuo persecutore, quando accetterai di essere il tuo solo capo e non il mercenario e lo schiavo di un'ideologia che ti disprezza come i politici che hanno fatto di te il parente povero della Repubblica, io potrò dirti, io tua lontana cugina del paesino sperduto, come fare per integrarti in Francia ritrovando la tua identità». È il tributo al Paese della liberté, egualité e fraternité contro i regimi del Medio Oriente e del Maghreb: «Ti insegnerò che Parigi è la capitale della cultura araba, quella che non ha diritti di cittadinanza sotto il cielo dei nostri dittatori. Se sei ancora fra noi, vedrai che è possibile ricollegarti alla tua identità perduta, essendo più francese che mai».



                  Solita fonte...



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                  Ecco qualcuno con una visone reale e lucida delle cose... A volte le pergamene conseguite sono meritate, non come in certi casi...


                  Tutto giusto, bellissimo e condivisibile però l'errore di fondo che dobbiamo evitare è quello di utilizzare i nostri schemi di pensiero per comprendere dinamiche sociali che ci sono del tutto estranee.

                  Il rischio è che i principi, il ragionamento e le conclusioni cui arriviamo siano diverse da quelle cui possono arrivare coloro cui questo ragionamento è indirizzato.

                  Faccio un esempio pratico: l'11 settembre ci ha rivelato -drammaticamente- come il sistema di garanzia della sicurezza aerea elaborato da noi basato (semplifico) da una rigorosa verifica sulla corrispondenza fra bagagli registrati e passeggeri intestatari degli stessi fosse privo di garanzia.
                  Il nostro principio era che nessuno (di noi) sarebbe stato così folle da imbarcarsi insieme ad una bomba!
                  Ebbene questo principio per noi talmente valido e scontato da apparire ovvio si è dimostrato totalmente vano.

                  Attenzione quindi a non ripetere l'errore pensando che gli schemi mentali, la priorità fra ragionamento e dogma religioso, tutti i condizionamenti sociali, religiosi e tradizionali -oggettivamente distanti e differenti dai nostri occidentali - portino alle medesime conclusioni cui arriviamo noi.

                  Comment


                  • #10
                    Di seguito un articolo dello scrittore Marocchino Tahar Ben Jelloun , pubblicato oggi su Repubblica. Quello che mi chiedo è , quanti cittadini dei paesi arabi, e di quelli immigrati in europa , musulmani e non , condividono realmente quanto è scritto qui? Quest'uomo è un filosofo , un pensatore, ma quanti operai, fattorini, negozianti, autisti ecc, la pensano realmente come lui?
                    Quanti , seppur mai imbraccerebbero un'arma, nel profondo del loro intimo, forse non approvano, ma forse nemmeno disapprovano del tutto quello che sta succedendoi in questi giorni? Secondo me questa è forse una delle domande più importanti a cui si dovrebbe poter dare risposta....


                    La mia lettera ai fratelli musulmani: denunciamo chi sceglie il terrore

                    L'Islam ci ha riuniti in una stessa casa, una nazione. Che lo vogliamo o no, apparteniamo tutti a quello spirito superiore che celebra la pace e la fratellanza. Nel nome "Islam" è contenuta la radice della parola "pace". Ma ecco che da qualche tempo la nozione di pace è tradita, lacerata e calpestata da individui che pretendono di appartenere a questa nostra casa, ma hanno deciso di ricostruirla su basi di esclusione e fanatismo. Per questo si danno all'assassinio di innocenti. Un'aberrazione, una crudeltà che nessuna religione permette.

                    Oggi hanno superato una linea rossa: entrare nella chiesa di una piccola città della Normandia e aggredire un anziano, un prete, sgozzarlo come un agnello, ripetere il gesto su un'altra persona, lasciandola a terra nel suo sangue tra la vita e la morte, gridare il nome di Daesh e poi morire: è una dichiarazione di guerra di nuovo genere, una guerra di religione. Sappiamo quanto può durare, e come va a finire. Male, molto male.

                    Perciò dopo ii massacri del 13 Novembre a Parigi ,e la strage di Nizza e altri crimini individuali, siamo tutti chiamati a reagire: la comunità musulmana dei praticanti e di chi non lo è, voi ed io, i nostri figli, i nostri vicini. Non basta insorgere verbalmente, indignarsi ancora una volta e ripetere che "questo non è l'Islam". Non è più sufficiente, e sempre più spesso non siamo creduti quando diciamo che l'Islam è una religione di pace e di tolleranza. Non possiamo più salvare l'Islam - o piuttosto - se vogliamo ristabilirlo nella sua verità e nella sua storia, dimostrare che l'Islam non è sgozzare un sacerdote, allora dobbiamo scendere in massa nelle piazze e unirci attorno a uno stesso messaggio: liberiamo l'Islam dalle grinfie di Daesh. Abbiamo paura perché proviamo rabbia. Ma la nostra rabbia è l'inizio di una resistenza, anzi di un cambiamento radicale di ciò che l'Islam è in Europa.

                    Se l'Europa ci ha accolti, è perché aveva bisogno della nostra forza lavoro. Se nel 1975 la Francia ha deciso il ricongiungimento famigliare, lo ha fatto per dare un volto umano all'immigrazione. Perciò dobbiamo adattarci al diritto e alle leggi della Repubblica. Rinunciare a tutti i segni provocatori di appartenenza alla religione di Maometto. Non abbiamo bisogno di obbligare le nostre donne a coprirsi come fantasmi neri che per strada spaventano i bambini. Non abbiamo il diritto di impedire a un medico di auscultare una donna musulmana, né di pretendere piscine per sole donne. Così come non abbiamo il diritto di lasciar fare questi criminali, se decidono che la loro vita non ha più importanza e la offrono a Daesh.

                    Non solo: dobbiamo denunciare chi tra noi è tentato da questa criminale avventura. Non è delazione, ma al contrario un atto di coraggio, per garantire la sicurezza a tutti. Sapete bene che in ogni massacro si contano tra le vittime musulmani innocenti. Dobbiamo essere vigilanti a 360 gradi. Perciò è necessario che le istanze religiose si muovano e facciano appello a milioni di cittadini appartenenti alla casa dell'Islam, credenti o meno, perché scendano nelle piazze per denunciare a voce alta questo nemico, per dire che chi sgozza un prete fa scorrere il sangue dell'innocente sul volto dell'Islam.

                    Se continuiamo a guardare passivamente ciò che si sta tramando davanti a noi, presto o tardi saremo complici di questi assassini.

                    Apparteniamo alla stessa nazione, ma non per questo siamo "fratelli". Oggi però, per provare che vale la pena di appartenere alla stessa casa, alla stessa nazione, dobbiamo reagire. Altrimenti non ci resterà altro che fare le valigie e tornare al Paese natale.
                    Last edited by Bulun; 27-07-16, 10:13.

                    Comment


                    • #11
                      Originally posted by Bulun View Post
                      Di seguito un articolo dello scrittore Marocchino Tahar Ben Jelloun , pubblicato oggi su Repubblica. Quello che mi chiedo è , quanti cittadini dei paesi arabi, e di quelli immigrati in europa , musulmani e non , condividono realmente quanto è scritto qui? Quest'uomo è un filosofo , un pensatore, ma quanti operai, fattorini, negozianti, autisti ecc, la pensano realmente come lui?
                      Quanti , seppur mai imbraccerebbero un'arma, nel profondo del loro intimo, forse non approvano, ma forse nemmeno disapprovano del tutto quello che sta succedendoi in questi giorni? Secondo me questa è forse una delle domande più importanti a cui si dovrebbe poter dare risposta....


                      La mia lettera ai fratelli musulmani: denunciamo chi sceglie il terrore

                      L'Islam ci ha riuniti in una stessa casa, una nazione. Che lo vogliamo o no, apparteniamo tutti a quello spirito superiore che celebra la pace e la fratellanza. Nel nome "Islam" è contenuta la radice della parola "pace". Ma ecco che da qualche tempo la nozione di pace è tradita, lacerata e calpestata da individui che pretendono di appartenere a questa nostra casa, ma hanno deciso di ricostruirla su basi di esclusione e fanatismo. Per questo si danno all'assassinio di innocenti. Un'aberrazione, una crudeltà che nessuna religione permette.

                      Oggi hanno superato una linea rossa: entrare nella chiesa di una piccola città della Normandia e aggredire un anziano, un prete, sgozzarlo come un agnello, ripetere il gesto su un'altra persona, lasciandola a terra nel suo sangue tra la vita e la morte, gridare il nome di Daesh e poi morire: è una dichiarazione di guerra di nuovo genere, una guerra di religione. Sappiamo quanto può durare, e come va a finire. Male, molto male.

                      Perciò dopo ii massacri del 13 Novembre a Parigi ,e la strage di Nizza e altri crimini individuali, siamo tutti chiamati a reagire: la comunità musulmana dei praticanti e di chi non lo è, voi ed io, i nostri figli, i nostri vicini. Non basta insorgere verbalmente, indignarsi ancora una volta e ripetere che "questo non è l'Islam". Non è più sufficiente, e sempre più spesso non siamo creduti quando diciamo che l'Islam è una religione di pace e di tolleranza. Non possiamo più salvare l'Islam - o piuttosto - se vogliamo ristabilirlo nella sua verità e nella sua storia, dimostrare che l'Islam non è sgozzare un sacerdote, allora dobbiamo scendere in massa nelle piazze e unirci attorno a uno stesso messaggio: liberiamo l'Islam dalle grinfie di Daesh. Abbiamo paura perché proviamo rabbia. Ma la nostra rabbia è l'inizio di una resistenza, anzi di un cambiamento radicale di ciò che l'Islam è in Europa.

                      Se l'Europa ci ha accolti, è perché aveva bisogno della nostra forza lavoro. Se nel 1975 la Francia ha deciso il ricongiungimento famigliare, lo ha fatto per dare un volto umano all'immigrazione. Perciò dobbiamo adattarci al diritto e alle leggi della Repubblica. Rinunciare a tutti i segni provocatori di appartenenza alla religione di Maometto. Non abbiamo bisogno di obbligare le nostre donne a coprirsi come fantasmi neri che per strada spaventano i bambini. Non abbiamo il diritto di impedire a un medico di auscultare una donna musulmana, né di pretendere piscine per sole donne. Così come non abbiamo il diritto di lasciar fare questi criminali, se decidono che la loro vita non ha più importanza e la offrono a Daesh.

                      Non solo: dobbiamo denunciare chi tra noi è tentato da questa criminale avventura. Non è delazione, ma al contrario un atto di coraggio, per garantire la sicurezza a tutti. Sapete bene che in ogni massacro si contano tra le vittime musulmani innocenti. Dobbiamo essere vigilanti a 360 gradi. Perciò è necessario che le istanze religiose si muovano e facciano appello a milioni di cittadini appartenenti alla casa dell'Islam, credenti o meno, perché scendano nelle piazze per denunciare a voce alta questo nemico, per dire che chi sgozza un prete fa scorrere il sangue dell'innocente sul volto dell'Islam.

                      Se continuiamo a guardare passivamente ciò che si sta tramando davanti a noi, presto o tardi saremo complici di questi assassini.

                      Apparteniamo alla stessa nazione, ma non per questo siamo "fratelli". Oggi però, per provare che vale la pena di appartenere alla stessa casa, alla stessa nazione, dobbiamo reagire. Altrimenti non ci resterà altro che fare le valigie e tornare al Paese natale.
                      E i radical-chic continuano ad additare nei peggiori modi chi, semplicemente, scrive o pensa in questo modo...

                      I politucoli europei stanno facendo l'esatto opposto, rinnegare la propria identità pur di accontentare gli altri...

                      Per il resto, massimo rispetto per questo scrittore che ha focalizzato benissimo la situazione...

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