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20.000 Pieghe secondo una Donna De Furesta

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  • 20.000 Pieghe secondo una Donna De Furesta

    Ciao a tutti,
    ci tenevo particolarmente a condividere con tutti voi il racconto dell'esperienza della 20.000 Pieghe che io, Davide e tanti altri partecipanti abbiamo avuto la fortuna di vivere.
    Vi avverto, sono una persona a cui piace molto scrivere e, a costo di risultare prolissa, non mi risparmio nelle descrizioni approfondite. Ma quale posto migliore se non un blog per scrivere un report?!?
    Se avete quindi una decina di minuti del vostro tempo da perdere, questo sarebbe un bel modo per impiegarli. Buona lettura.

    Trascorse ormai diverse settimane dal termine della nona edizione della 20.000 Pieghe, mi trovo quindi a stilare un report nel tentativo di esprimere un mio personale parere per descrivere al meglio tutte le emozioni e i trascorsi vissuti durante questa esperienza.
    Inutile dire che i dettagli e gli episodi da raccontare sarebbero innumerevoli e che risulta certo di arduo compito riuscire ad illustrare in poche righe quello che questo evento ha rappresentato.
    Comincerei da un semplice concetto chiave: spirito di libertà.
    Certo è che comporre un team matchando cinque donne, ognuna con una personalità indipendente, una propria autonomia, trascorsi di vita completamente differente, ciascuna con un carattere forte e marcato non mi sembrava a primo impatto un’idea eccellente. L’unico apparente punto di giunzione tra di noi era il sentimento univoco nei confronti dei destrieri meccanici a due ruote; stessa smodata passione per la moto, dunque.
    “Qui nell’arco di mezza giornata finiremo a lanciarci dietro caschi e a litigare sulla pressione delle gomme!” ho pensato. Non raccontiamoci baggianate: le donne per natura sono competitive, sviluppano attriti specialmente nei confronti del restante genere femminile e poi, diciamocelo, a tutte le donne piace essere al centro dell’attenzione. Condividere il palco con altre donne quasi mai è cosa gradita.
    Inoltre, a mio modesto modo di vedere, essere motociclista per una donna non è arte semplice: decidere di introdursi in un contesto, come quello delle due ruote, in cui il genere maschile se la spadroneggia è sicuramente un’operazione delicata che richiede intelligenza e una buona dose di autoironia.
    Eppure, sono stata colpita da quanto quelli che pensavo fossero i miei peculiari tratti distintivi siano in realtà elementi comuni a molte donne motocicliste. Per farvela breve: propensione all’adattamento, versatilità, solarità, spirito di aggregazione ed elevate capacità relazionali. “Tutte esemplari di un unico branco: appartengo ad una specie, allora!”
    Bene, dopo questa breve ma concisa puntualizzazione iniziale mi sembrava opportuno procedere ad una panoramica generale di questa impegnativa ma gratificante avventura.
    A seguito di una serata di adattamento, in cui tutte noi abbiamo avuto modo di rilassarci in albergo e conoscere meglio davanti ad una birra tutte le altre componenti della squadra, l’indomani mattina e solo dopo un accurato check dei nostri mezzi siamo partite dal quartier generale milanese di BMW Italia alla volta della prima tappa del percorso, che ci avrebbe portato per i successivi quattro giorni ad attraversare buona parte della regione Piemonte e una parte del territorio alpino francese.
    L’arrivo a Bra è stato a dir poco traumatico e i primi trecento chilometri di strada percorsi sotto una tempesta di acqua e grandine hanno lasciato presagire giorni difficili. Zuppe fino al midollo e con ancora addosso i windstopper impermeabili (meglio idealizzabili come enormi sacchi neri della spazzatura) abbiamo quindi fatto il nostro ingresso, non esattamente trionfale, all’interno della consolidata comunity della 20.000 Pieghe. Tanti sorrisi e tanto calore da parte di tutta l’organizzazione che, forse mossa a compassione di queste cinque donzelle entrate nella hall dell’albergo bagnate come pulcini e con il mascara tutto sbavato, si è attivata al fine di rendere più agevole e spedita la nostra procedura di registrazione.
    Tanto calore sicuramente quello che ci ha atteso, ma tutt’intorno anche molti sguardi di diffidenza e di competizione da parte degli altri iscritti alla competizione: “Una squadra di DonneInSella tutta al femminile che osa deturpare la nostra egemonia alla 20.000 Pieghe, per di più arruolate da BMW Italia per testare le nuove G310r?!? Ma siamo matti? E del sugo e del bucato chi se ne occupa a casa?”.
    Insomma, tra chi non ha perso tempo dal manifestare il proprio disappunto in merito alla questione e chi ha avuto la rivoluzionaria e fantastica idea di iniziare direttamente a provoloneggiare sin dalla prima sera (perché le femmine a qualcosa dovranno pur servire, altrimenti che ce le portiamo dietro a fare?), sembrava che questa nostra 20.000 Pieghe stesse prendendo dei risvolti più che mai inaspettati.
    Inoltre, si consideri il fatto che la prima giornata non è stata di certo tra le più semplici visto che il feeling sembrava venire meno non solo con gli uomini, ma anche con i nostri destrieri meccanici e compagne di avventure, le piccole G310R per l’appunto. Considerato che ognuna di noi veniva da una tipologia ben differente di moto rispetto a quella fornitaci da BMW Italia (nel mio caso scendevo da una moto con tutt’altra impostazione di guida e con “soli” 130 cavalli motore in più), a primo impatto le G310R non sembravano dare fiducia sull’avantreno e stabilità nella percorrenza di curva. Si aggiungano le condizioni dell’asfalto tutto intorno agli sterminati vigneti tra Barolo e Alba, scivoloso come pochi ne ho visti, e la presenza del caro amico BrecciolinoACentroCurva. Ecco lì che la frittata sembrava fatta! Già mi vedevo rientrare a San Donato Milanese con una moto accartocciata su se stessa a mo’ di pallina di carta.
    Arrivate a Cuneo in quello che sarebbe stato il nostro campo-base per la restante parte della manifestazione, le nostre cinque avventuriere hanno finalmente cominciato ad interagire l’una con l’altra e a confrontarsi anche con altri partecipanti della manifestazione in merito ai loro timori e alle loro perplessità. È bastato un consiglio rassicurante, qualche click per chiudere un filino il mono posteriore e da quel momento che è stata pura magia.
    In tutti i giorni successivi non c’è stato più un singolo momento in cui io abbia pensato di aver sbagliato nel prendere parte a questo progetto e, nell’arco di pochissimo tempo, siamo passate dall’essere considerate da parte dei maschietti qual obiettivi principali di mire “espansionistiche”, all’essere viste come le mascotte di un intero esercito di motociclisti.
    A suon di battute ricche di ironia e taglienti al punto giusto, ci siamo guadagnate il rispetto e l’ammirazione di tutti. Forse perché hanno riconosciuto nei nostri occhi una passione autentica, una voglia smodata di vivere appieno ogni singolo istante di questo viaggio nel modo più sereno possibile; forse perché hanno percepito la grinta e il giusto pizzico di competitività nell’affrontare i tracciati più impervi e tutte le prove di regolarità valide per la determinazione della classifica. Rivali durante il giorno, si, ma grande senso di aggregazione al calare del sole. Quando le moto si spegnevano la carovana si trasformava in una grande famiglia davanti ad un bicchiere di vino.
    Sofy e la Mary, indubbiamente le più posate del gruppo, quelle apparentemente più equilibrate e discrete tra tutte ma che alla fine hanno dimostrato un grande spirito di squadra e delle grandi tecniche di guida. Senza considerare che la Mary da che l’avevo inquadrata come una persona riservata e a tratti introversa si è rivelata smodatamente loquace, se non a tratti logorroica (specialmente di notte in camera prima di andare a dormire), e dall’enorme senso pratico (rimane negli annali l’episodio dell’urgenza fisiologica in quel di Colle di Agnello con la celeberrima esclamazione “Sembra che non avete mai visto un deretano in vita vostra, a me mi scappa, giratevi!” Cit.). E poi c’era la Sofy, che sulla carta avrebbe dovuto essere la motociclista meno esperta e forse meno versatile, considerato che possiede la patente da meno di due anni e guida quotidianamente una moto custom. Bene, Sofia è l’esempio che per andare bene in moto non sono necessari tempo ed esperienza; in alcuni casi basta l’attitudine naturale. Nell’osservarla guidare ho visto una persona talentuosa e mi sono sentita una vera tardona ripensando ai miei molteplici anni di esperienza e a quanto fossi di fatto imbranata io due anni dopo aver preso la patente.
    Poi la Isabella Scogliesi, meglio conosciuta e soprannominata come “Kap”. Una donna dalla fierezza algida e decisa come le imponenti montagne da cui proviene, a cui è toccato l’ingrato compito assegnato dal direttivo di DonneInSella di coordinare un branco di pazze squinternate alla conquista di questa 20.000 Pieghe. Beh, posso dire che per questo motivo non l’ho mai invidiata; ciò che ho invidiato invece è stata la sua calma, il suo carisma e le spiccate capacità gestionali e logistiche. Bastava uno sguardo di approvazione per sorpassare o, nel mio caso, per essere autorizzata a rincorrere qualche povero malcapitato maschietto. Era sufficiente il un impercettibile cenno per rendersi conto di aver esagerato che si rientrava immediatamente tra i gangheri. I veri leader non impongono la propria leadership: sono gli altri gliela riconoscono. E noi facevamo capo a lei, anche solo con uno sguardo.
    Clara e Donna De Furesta, il classico esempio di chi possiede un’indole prettamente maschile contenuta in un contenitore dalle sembianze femminili ed è perfettamente consapevole di questa cosa. Le classiche donne a cui non piace essere prese sotto gamba e che non si tirano mai indietro quando si tratta di impostare una sfida; una componente testosteronica indubbiamente superiore alla media. Celeberrima la teoria sulla battaglia fra sessi di elevata caratura scientifica e sociologica ideata dalla stessa Donna De Furesta e di cui è stato reso edotto praticamente ogni singolo partecipante della 20.000 Pieghe. Al primo sorpasso ingiustamente subìto cominciano a fremere in sella alla moto e a mordersi il labbro sotto il casco, costrette invece a rimanere nella compagine serrata e sapientemente guidata dal Kap.
    E credetemi, ogni sorpasso è ingiusto per donne così. Ma, come dicevo pocanzi, bastava un cenno impercettibile del boss per far scatenare l’inferno e due Cacciatorpedinieri G310R si lanciavano all’inseguimento dei poveri malcapitati che affrontavano i ripidi tornanti di Colle della Maddalena. Storico rimarrà il sorpasso perpetrato ai danni del buon motociclista proprietario di una s1000rr il quale, impegnato a scalare marce e a frenare tutta la potenza della moto, si è vista sorpassare da due trecce svolazzanti a gas completamente aperto.
    Insomma, ho l’impressione di aver raccontato solo una minima parte di quello che avrei voluto riportare ma più vado avanti e più mi rendo conto che andrei avanti ad infinitum.
    Mi basta concludere dicendo che tirando le somme questa gara di regolarità è stata un successo per il team delle DonneInSella: abbiamo fatto jackpot di premi al punto che non sapevamo più come riportare a casa i premi e le targhe di riconoscimento, dal momento che le moto erano inverosimilmente cariche come muli.
    Non lo nego e qui lo confesso pubblicamente per la prima volta: durante il viaggio di ritorno, mentre percorrevamo l’autostrada Torino-Milano a mo’ di falange macedone al rientro in Patria, procedendo in grande armonia e perfettamente equidistanti l’una dall’altra ho avuto una sensazione molto forte, come se avessimo guidato insieme da una vita (Cit. Clara la testosteronica). E per la prima, e forse unica, volta dall’inizio del viaggio ho voluto inserirmi in coda al gruppo, godendomi per la prima volta la visione unitaria della compagine. Forse perché ormai il mio testosterone era stato appagato a sufficienza, sarà che avevo provato talmente tanto gaudio nei giorni precedenti nell’ingarellarmi con i mastodontici GS1200R a fronte di una spinta non esattamente propulsiva del mio G310R. Bene, non lo nascondo e qui lo ammetto: ho pianto. Urca, se ho pianto! Anzi, forse sarebbe più corretto dire che mi sono commossa.
    Commuoversi per un’eccessiva fierezza quando senti che il cuore è gonfio di orgoglio è una sensazione che poche volte ho provato nella mia vita. Ed io la stavo provando lì, a mille chilometri distante da casa, in sella ad una moto che non era neppure la mia, mentre guardavo in compagnia di donne che fino a cinque giorni prima erano delle perfette sconosciute. E che sciocca che mi sono sentita nel ripensare a quando le avevo intraviste come delle possibili rivali, usurpatrici della mia egemonia e del mio, forse a volte insopportabile, egocentrismo.
    “Sei una Donna De Furesta” mi son detta “non puoi piangere per queste cose! Tira su il mocciolo e non farti vedere che hai una reputazione da difendere!”. Poi ci siamo fermate a fare benzina e, nonostante evitassi accuratamente di incontrare lo sguardo delle altre per paura di essere colta in fallo con gli occhi ancora gonfi di lacrime, guardandomi intorno mi sono accorta di un piccolo dettaglio: tutte quante avevamo gli occhi lucidi.
    Che dire signori, eccola li l’ulteriore riprova: eravamo una squadra a tutti gli effetti! :1:
    Avrete avuto modo di notare che il mio racconto è alquanto scarno di dettagli tecnici e riferimenti geografici inerenti all’esperienza trascorsa. Non me ne vorrà la redattrice del pezzo ma è fatto notorio che sono sempre stata una persona particolarmente emotiva (anche perché, pur volendo, non rammento neppure un nome tra tutti i paesini italo-francesi attraversati, sicuramente perché ero troppo impegnata ad inserire nel mirino di abbattimento i maschietti che intravedevo sulla mia strada – è colpa del maledetto testosterone, lo sappiamo!).
    Sapevo, quindi, ed è forse per questo che ho tanto prorogato il momento della stesura, che la redazione di questo pezzo sarebbe finito a “Pane, Amore e Nostalgia”, con me ferma davanti al computer in ufficio (stia tranquillo, boss, se legge questo articolo sappia che sono ancora in pausa pranzo!) con un sorriso più che mai inebetito nel ricordare questa esperienza.
    Non so se avrò modo di rivivere questa esperienza. Non so se ci verrà data ancora l’opportunità di guidare tutte insieme e lungi da me dal promuovere qualsiasi forma di sponsorizzazione in vista della prossima edizione della 20.000 Pieghe, mercificando così non solo la mia persona ma anche lo spirito di tutte le mie compagne di squadra; chiunque mi conosce sa che non ho mai accettato compromessi in questo settore, rifiutando offerte spesso molto allettanti ma che avrebbero significato un accantonamento troppo importante dei miei valori.
    Ciò non toglie il fatto che chiunque volesse avere la certezza e provare l’ebrezza che un parco moto messo in mano a cinque donne potrebbe non tornare indietro integro, non deve fare altro che contattarci: a seguito infatti di una consultazione avvenuta in seduta plenaria ancora quando eravamo ferme di fronte un panino con speck e formaggio fagocitato in quel di Castelmagno, noi Perfezioniste abbiamo, pertanto, deciso all’unanimità che l’anno prossimo l’arancione KTM sarà un colore particolarmente in voga e che, in fondo, è un colore che sta bene a tutte le tipologie di carnagione.
    Tuttavia, ci riserviamo di valutare un’eventuale offerta non conforme alla nostra richiesta, rendendoci pertanto disponibili per lo svolgimento di trattative nell’ottica di una definizione bonaria del contratto di comodato. Il colore delle moto deve star bene a tutte, sia chiaro! Siamo pur sempre femminazze.
    Cordiali saluti.
    Avv. Donna De Furesta

  • #2
    Ci sono voluti veramente 10 minuti x leggere tutto....ma sono volati e sicuramente ne è valsa la pena. Mi ha strappato più di un sorriso...bell articolo e bella la vostra passione x le 2 ruote ben descritta. Continuate così e portate in alta la bandiera delle donzelle... motocicliste a tutti gli effetti.


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    • #3
      Ben scritto e fai capire bene quello che hai provato....brava! Anzi brave!!

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